Dopo trent’anni di carriera, i 24 Grana non sembrano avere alcuna intenzione di voltarsi indietro soltanto per celebrare ciò che è stato. Con Stadera, la band napoletana apre un nuovo capitolo costruito ancora una volta sulla necessità di raccontare il presente, senza rifugiarsi nella nostalgia.
Francesco Di Bella, Armando Cotugno, Renato Minale e Giuseppe Fontanella continuano a portare avanti un percorso che tiene insieme ricerca, contaminazioni e una forte identità musicale.

Al centro c’è una Napoli diversa da quella turistica: una città fatta di quartieri, periferie, contraddizioni e identità che continuano a resistere. È proprio da lì che nasce lo sguardo di Stadera, trasformando una strada reale in un punto da cui osservare qualcosa di molto più ampio.
Dentro questo nuovo percorso convivono ancora rock, dub, reggae, elettronica e tradizione partenopea, ma soprattutto quella curiosità che ha sempre spinto il gruppo a non sentirsi legato a un unico linguaggio. Stadera anticipa Bidonville, un album che guarda decisamente al presente e al futuro.
Sotto il Palco ha incontrato i 24 Grana per parlare di trent’anni di musica, di Napoli e delle sue periferie, della voglia di continuare a sperimentare, di Bidonville e del ritorno a quella dimensione live che resta una parte fondamentale della loro storia.
Trent’anni di carriera sono un traguardo importante, ma Stadera sembra raccontare più un nuovo inizio che una celebrazione. Come si entra in un nuovo capitolo dopo così tanto tempo insieme, senza perdere l’urgenza che vi ha accompagnato fin dagli inizi?
Nando:
Siamo entrati in questo nuovo capitolo rimanendo noi stessi, che per i 24 Grana significa mantenere un forte legame con la tradizione e col passato e allo stesso tempo essere aperti all’esplorazione di nuovi suoni e nuovi generi. È stato così in tutti i nostri 30 anni di carriera durante la quale ogni disco è stato un nuovo capitolo, e la ricerca di nuovi stimoli e nuove strade narrative ha sempre prevalso sulla tentazione di riutilizzare soluzioni già testate per restare nella comfort zone. Il filo conduttore di tutta la nostra carriera è proprio la necessità di raccontare, sia con in testi, sia con la musica, noi stessi e il mondo in cui viviamo le nostre emozioni, e forse per questo ricominciare, a trent’anni dall’esordio discografico e dopo tanto tempo dall’ultimo disco della band, ci è sembrato un processo naturale e necessario. Naturale perché la voglia di raccontare in musica è ciò che da sempre ci unisce, e necessario perché non avremmo mai voluto rischiare di mettere in scena la rappresentazione nostalgica del nostro passato quando sentiamo di avere tanto ancora da dire insieme.
Stadera prende il nome da una via della periferia orientale di Napoli e trasforma immagini molto concrete in un racconto quasi cinematografico. Che cosa vi ha portati proprio lì, e quando avete capito che quella strada poteva diventare anche una metafora più ampia della solitudine e della precarietà contemporanea?
Francesco:
Ci ha portato lì la voglia di raccontare una città diversa da quella turistica di cui si parla tanto. Una parte autentica, dove ci sono case e non bnb, dove c’è ancora tanto da domandarsi rispetto alle prospettive di sviluppo di una metropoli che non può reggere contando solo sulla sua bellezza.
Nel brano la periferia non è soltanto uno spazio urbano, ma anche emotivo. In trent’anni Napoli è cambiata molto, così come è cambiato il modo di raccontarla. Che rapporto avete oggi con la città e con i suoi margini rispetto agli esordi?
Renato:
Napoli è cambiata tantissimo, sono parecchi anni ormai che la città è schiacciata dall’overtourism. L’immagine che si vuole dare ora, è quella di una città brillante e in evoluzione, ma in realtà, i problemi e le difficoltà di sempre, continuano a esserci, soprattutto in periferia, ma non solo. Si sta puntando tutto sui soliti stereotipi; la gente viene qui e si trova quasi in un’enorme giostra, fatta di insegne luminose di pizzerie e spritzerie, limonate a cosce aperte e fenomeni da baraccone che girano tra la folla per intrattenere e far divertire i turisti. Per chi ci vive la situazione è ben diversa, è palese la volontà di tenere sotto al tappeto il disagio che si vive tutti i giorni, ma per fortuna c’è una Napoli che resiste, che mantiene una certa dignità (ci sono ancora botteghe di artigiani, gente onesta che lavora sodo, spazi culturali e sociali dove si fa cultura dal basso) e c’è anche una Napoli più umana, più vera, dove molti quartieri mantengono integra la loro identità.
Rock, dub, reggae, elettronica e tradizione partenopea hanno sempre convissuto nella vostra musica. Come suona Stadera e come avete lavorato oggi sull’equilibrio tra il vostro suono riconoscibile e la necessità di continuare a sperimentare?
Peppe:
Non siamo mai stati un gruppo di “genere”. La nostra musica è sempre stata in continua evoluzione attraverso gli ascolti fatti negli anni. Anche le esperienze personali e di gruppo sono state fondamentali: in alcuni periodi reputavamo un suono, un riff, un ritmo vestissero meglio di altri le emozioni che volevamo esprimere. Questo ci ha portato a perdere, trovare e ritrovare per strada tanti amici legati ad un genere specifico: il dub, il reggae, la musica elettronica, il rock. Ma è la vita… Siamo comunque sempre noi, coi dread, i capelli brizzolati o qualche ruga in più: chi ha saputo guardare dentro ci segue e riconosce ormai da decine di anni. La sperimentazione è alimentata dalla grande curiosità che per fortuna non ci ha ancora lasciato: in questo siamo rimasti bambini, invece… Chiaramente la scelta del singolo era delicata: dopo anni di silenzio era la foto con la quale ci ripresentavamo al pubblico. L’abbiamo ascoltata e ci siamo riconosciuti appieno, col discrimine di cui sopra: tanta altra musica ascoltata, tante altre esperienze vissute, tante persone perse e ritrovate. Speriamo, ma siamo sicuri, che la sensazione avuta sarà condivisa.
Stadera apre il viaggio verso Bidonville, un album di undici inediti che arriva proprio nell’anno dei trent’anni. Quanto c’è di memoria e quanto invece di presente dentro questo disco? È un lavoro che guarda indietro per capire dove siete arrivati o nasce soprattutto dal bisogno di raccontare ciò che vedete oggi?
Nando:
Bidonville rappresenta quello che siamo e che viviamo oggi, è un lavoro decisamente presente. La nostra storia, la memoria degli ultimi trent’anni di musica insieme è presente nella misura in cui ciò che siamo ora è inevitabilmente il frutto delle esperienze, artistiche e di vita, che abbiamo vissuto, ma sicuramente questo lavoro non nasce per raccontare il passato bensì per esprimere il nostro presente e il nostro sguardo sul futuro.
Siamo a Sotto il Palco, quindi chiudiamo guardando avanti: dopo trent’anni, un nuovo album e un nuovo capitolo appena aperto, che cosa sentite di avere ancora voglia di cercare insieme?
Nando:
Per ora, cerchiamo il contatto e il confronto col nostro pubblico, quello che ci accompagna da sempre e quello che ha iniziato a seguirci da poco. La dimensione live è sempre stata importantissima per noi e quindi non vediamo l’ora di scrivere, dal palco e insieme a chi verrà ad ascoltarci, questa pagina del nuovo capitolo della nostra storia artistica.
A trent’anni dall’inizio del loro percorso, i 24 Grana scelgono ancora una volta di guardare avanti.
Stadera apre un nuovo capitolo, mentre Bidonville racconta ciò che la band è oggi: il frutto di una lunga storia, ma soprattutto uno sguardo sul presente e sul futuro.
La dimensione live resta centrale, così come il rapporto con il pubblico e la voglia di continuare a cercare nuove strade.
“Stadera” è già disponibile in digitale e apre il percorso verso Bidonville, il nuovo album dei 24 Grana: undici brani inediti, in uscita prossimamente per La Canzonetta Record.

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