Trentacinque anni di musica sono fatti di canzoni, incontri, scelte, ma anche di ricordi che restano impressi nel tempo. Per Al Castellana, tutto questo ha un filo conduttore: l’amore per il soul e il funk, una passione che lo accompagna da sempre e alla quale non ha mai voluto rinunciare.
Nelle sue risposte emerge un artista schietto, spontaneo, capace di passare da una riflessione sul mondo discografico a un ricordo personale con la naturalezza di chi sta raccontando una parte della propria vita.

C’è una musicassetta regalata dal fratello, ci sono le amicizie costruite attraverso la musica e c’è la convinzione che restare fedeli a sé stessi valga più di qualsiasi successo inseguito a tutti i costi.
Con ME, MY FRIENDS AND AL, Al Castellana celebra 35 anni di carriera insieme a tanti amici e colleghi, tra cui Mario Biondi, Neffa, Tormento, Ghemon, Dargen D’Amico e Willie Peyote.
Per Sotto il Palco incontra…, si racconta senza filtri, tra passato e presente, con uno sguardo rivolto anche alle nuove generazioni di artisti e una curiosità musicale che non si è mai spenta.
ME, MY FRIENDS AND AL arriva dopo oltre trent’anni di musica, ma viene presentato più come un nuovo capitolo che come un disco celebrativo. Dopo un percorso così lungo, che cosa significa per te riuscire ancora a sentirti libero creativamente e che cosa ti ha fatto capire che questo era il momento giusto per tornare con un progetto così personale?
Questo album ha una doppia chiave di lettura: oltre che voler celebrare 35 anni di musica, lo considero anche un vademecum per giovani artisti, o meglio, per giovani artisti amanti del genere; a questi dico che si può fare musica di qualità, in barba al mercato e ai discografici che inseguono i numeri, più che il talento.
Dico che, a dispetto della fama e dei soldi, si può essere rispettati e in pace con sé stessi e con la propria musica, senza scendere a compromessi.
Riassumendo, “Se sei Soul” non puoi essere altro che Soul… il resto è moda, tentativi, scimmiottamenti, non Soul.
Poi direi che in realtà non sono tornato… ero in giro all’estero, dove questa musica (che in Italia è considerata musica di nicchia) ha ancora grande spazio e rispetto da parte dei media e da un pubblico appassionato.

Nel disco ci sono molti artisti che hanno incrociato il tuo percorso, da Mario Biondi, Neffa e Tormento fino a Ghemon, Dargen D’Amico e Willie Peyote. Quanto hanno contato i rapporti umani nella scelta delle collaborazioni e quanto, invece, ogni incontro ha portato nel disco un lato diverso della tua identità musicale?
Dico che alla mia festa ho invitato gli amici di sempre e gli artisti che stimo; quindi, è chiaro che il rapporto umano e la stima erano la prerogativa di base per un progetto del genere.
Ognuno ha portato la sua visione musicale e il suo stile, ma alla fine parlavamo la stessa lingua…
Per molti anni hai scelto di esprimerti anche in inglese, ottenendo riconoscimenti internazionali e arrivando fino alla UK Soul Chart e al mercato giapponese. In ME, MY FRIENDS AND AL torni invece a cantare quasi interamente in italiano: che rapporto hai oggi con la nostra lingua e che cosa ti permette di raccontare che prima cercavi altrove?
L’inglese, musicalmente, suona meglio per vari motivi: hai la possibilità di sintesi dei concetti usando dei classici “modi di dire”, in più utilizzi le parole tronche che favoriscono il disegno ritmico. L’italiano, altresì, offre una vasta quantità di vocaboli e mi permette di arrivare alla gente in vari modi, esprimendo concetti più articolati.
Potrei riassumere dicendo che mi è più difficile scrivere un pezzo Funk in italiano e mi è meno complicato scrivere una Soul ballad in italiano.
In FUNKY CONSOLATION, insieme a Willie Peyote, il funk diventa quasi una medicina nei momenti in cui si perde la direzione. C’è stato anche per te un momento in cui la musica ha avuto concretamente questa funzione, aiutandoti a rimetterti in movimento?
Senza retorica, in sincerità assoluta, ti dico che il Funk è sempre stato il fedele amico nel mio percorso di vita. Sono passato attraverso periodi felici e periodi di down totale… ma lui era là, dal giorno in cui mio fratello mi regalò una musicassetta comprendente un album degli EWF e sull’altro lato un album dei TOWER OF POWER. Ero un irrequieto… ora sono un attempato Soulsinger.
L’episodio narrato nel brano risale a parecchio tempo addietro, ma credimi, ogni volta che ho perso un amore, un affetto, il Funk mi ha riportato sul binario giusto, sempre e per sempre “On the one”.

Sei stato interprete, autore, produttore e hai fondato anche una tua etichetta, attraversando soul, funk, R&B, jazz e hip hop. Guardando la scena italiana di oggi, senti che la black music abbia finalmente trovato uno spazio e un’identità propri oppure c’è ancora qualcosa che fatica a essere riconosciuto?
Vorrei dirti che qualcosa è cambiato in meglio, ma credimi, credo si stia ancora peggio di quando ho iniziato; questa musica – e parlo di Soul e Funk – è, come ti ho già detto, confinata in una nicchia di estimatori appassionati. Ci sono dei giovani artisti che faticano a farsi conoscere, ed io faccio il tifo per loro, sono ancora in pista anche per loro. Nel mio piccolo, spero di aver aiutato qualcuno a credere di potercela fare o perlomeno di non mollare.
Siamo a Sotto il Palco, quindi chiudiamo guardando avanti: dopo aver trasformato più di trent’anni di musica, incontri e amicizie in ME, MY FRIENDS AND AL, che cosa senti di avere ancora voglia di cercare, musicalmente e personalmente?
Nella vita ho smesso di cercare da un bel po’, ho quel poco che mi serve per andare avanti, ho l’amore e mi basta…
Musicalmente invece, sono ancora affamato di nuova musica, nuove tendenze e nuove sonorità, ma sempre in ambito Soul!
Tra ricordi, amicizie e riflessioni sul mondo discografico, Al Castellana racconta un percorso costruito attorno a una convinzione precisa: la musica non deve necessariamente seguire le mode per trovare il proprio valore.
Dopo 35 anni, il soul resta la sua casa. E se nella vita ha trovato ciò che gli basta, musicalmente la voglia di scoprire non sembra essersi fermata.

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